Ok il prezzo è giusto

Ok il prezzo è giusto

“Nessun uomo – diceva Coco Chanel – ti farà sentire protetta e al sicuro, come un cappotto di cashmere e un paio di occhiali neri” ; tuttavia di questi tempi, capire quale sia il prezzo giusto da pagare per avvolgersi in un capo di qualità è spesso un mistero.

La lana cashmere,vello della capra tibetana, ha consentito la nascita di veri e propri imperi commerciali. Vello morbido e setoso, della medesima consistenza di una nuvola, è uno degli emblemi della comodità e dello stile. Cashmere significa lusso, diventa perciò di difficile comprensione comprendere le cause dell’incredibile oscillare dei prezzi, dai 30,00€ sino ai 2.000 €. 

Qual è il significato di tutto ciò? 

Partiamo con la nostra analisi dai produttori di livello più alto a scendere:

l’azienda Loro Piana, anche grazia ad un’accurata comunicazione, ha legato la propria fama al miglior Cashmere in circolazione. Sul loro catalogo online è possibile trovare capi che superano il migliaio di euro.

Passando al portale dell’azienda Falconeri, possiamo notare come i capi siano invece disponibili attorno ai 2-300€; i pressi precipitano ulteriormente negli scaffali Oviesse, dove si aggirano attorno agli 80€.

Come possiamo quindi scegliere con criterio cosa comprare? Cosa influisce davvero sull’impulso all’acquisto, al di là del prezzo sul cartellino?

Il 67% del Cashmere al mondo deriva dal vello di allevamenti Cinesi; solo il 22% della materia prima viene prodotto in Mongolia, luogo di provenienza del materiale con la fibra più resistente e lunga, ben 43 millimetri contro i 35 di quello di provenienza cinese.E non si tratta di numeri senza importanza. Difatti più è lunga la fibra, minore è la tendenza a sfibrarsi, creando il fastidioso effetto pilling dovuto allo sfregamento.

Basta poi curiosare fra gli scaffali per notare un termine pericoloso, “cashmere blend”: basta appena un 5% di lana pregiata per indurci in tentazione, mescolando il resto con poliestere e nylon. Il risultato di questo incauto acquisto è spesso disastroso.

Non mancano per finire le truffe. Frances Kozen, direttore del Cornell Institute of Fashion and Fiber Innovation, afferma: “in questi anni abbiamo registrato diverse denunce riguardo merci contraffatte con etichette al 100% in cashmere, trattandosi invece di lana, viscosa e acrilico.” Va tenuto presente che neanche i prodotti cosidetti “rigenerati” potrebbero sfoggiare l’etichetta “100% Cashmere”, in quanto ottenuti da un processo in cui vecchi capi vengono triturati acquisendo per forza di cose impurità.

Questo fenomeno ha creato una pericolosa “resistenza” all’acquisto di qualità: il pubblico si abitua lentamente a prodotti di livello inferiore. Unico modo per recuperare il valore intrinseco della propria produzione è raccontare la provenienza e la lavorazione della propria lana; è possibile giustificare una spesa maggiore solo garantendo al cliente la cura assoluta del processo di lavorazione, dal pascolo alla vendita al cliente finale.